viernes, 11 de octubre de 2013

Parole...

Ma non venne mai meno l'ostinazione della zia di trasformarmi in un essere umano. O in qualcosa che sembrasse un essere umano.

...

Poi vennero le altre parole. Il mio nome: Karen. Il nome della zia (Isabelle) e quello della Grassa. Ma anche: sedia, tavolo, finestra, pavimento, lampada.
La zia incollava dei biglietti colorati alle cose, e sui bigliettini scriveva i loro nomi, per ricordare il nome che gli dava.
Ma una volta successe una cosa misteriosa.
Un giorno dissi:
Pavimento, e con un movimento dell'indice disegnai nell'aria: P A V I M E N T O.
la zia rimase a bocca aperta.
Mi indicò la sedia, e io dissi:
Sedia, e disegnai nell'aria: S E D I A.
Quella sera la zia diede una festa, con torta e bicchieri di latte, per la Grassa, l'inserviente e Io. È vero che imparare a parlare, leggere e scrivere quando hai superato il metro d'altezza non è atatisticamente una grande impresa, però fu favoloso, sia per me che per la zia.
Mi insegnò a usare la matita sopra un foglio di carta, ed era vero, avevo memorizzato le lettere dei nomi delle cose e riempivo fogli su fogli con la mia scritura, una copia maldestra e più grossa di quella della zia.
La casa si riempì di etichette colorate. Sulle porte. Sulle amache. In cucina ogni cosa aveva un'etichetta, e la Grassa per cucinare doveva toglierle, lavare gli oggetti, e dopo riattaccare le etichette colorate. Perfino l'autista, il giardiniere e il cameriere avevano sul petto la loro etichetta, su cui c'era scritto: autista, giardiniere, cameriere. E la mia stanza al 2º piano, vicino a quella della zia, era sempre tappezzata di fogli pieni di parole.
La zia comprò delle etichette di plastica colorata, e allora i nomi cominciarono as attacarsi anche alle cose fuori casa.
Un giorno la zia uscì sul balconee vide un'etichetta sul fondo della piscina, e una sul tronco di ogni frassino, avocado e salice, ed etichette su certi rami e certe foglie, e su un nido; e sullapunta del ramo più alto del salice più alto del giardini scorse un'etichetta gialla intorno alla zampetta di un uccello nero con il petto rosso, dove di sicuro c'era scritto: P E T T I R O S S O.
Ripeto, fu favoloso sia per la zia che per me, almeno fino a quando non presi confidenza con le parole, poi divenne un tormento.
Mettevo insieme le parole a casaccio.
Sedia rosa cane frigo frullatora finestra giorno. Finestra notte lampione lampadina luna farfalla nera.
Terminata una sfilza di parole, ridevo a crepapella e mi applaudivo da sola.
La zia comprò una radio da tenere accesa a tutte le ore.
Fece bene, perchè io cominciai a ripetere tutto. Il tempo previsto per questo pomeriggio invernale, invernale, è pioggia con occasionali, con occasionali, schiarite, schiarite.
Ripetevo le parole per un'ecolalia che non sono mai riuscita a controllare: una specia di eco che a volte, mentre parlo, faccio a me stessa.
Mi svegliavo parlando. Il governatore ha ordinato l'apertura di una diga, una diga, nella regione sudorientale del paese, a uso delle comunità indigene della zona, della zona, e ore una parola dal nostro sponsor cocacola la pausa che ristora.
Cosa vuuol dire diga? E sudorientale e comunità e pausa?
Andavo a estorcere risposte alla zia che batteva a macchina nella biblioteca.
Un giorno, la zia mi indicò un libro enorme aperto su un leggio di legno.
Lì dentro ci sono tutte le cose del mondo, disse.
Era il gigantesco vocabolario del nonno: pagine sottilissime, strapiene di lettere minuscole. Non c'erano affatto tutte le cose del mondo, ma solo i loro nomi, e tanti disegni colorati.
Lo sottolineo perchè è sempre stata questa la grande differenza tra me e la zia: lei crede che le parole siano le cose del mondo, mentre io so che sono solo frammenti di suono, e che le cose del mondo esistono senza avere bisogno delle parole.

La donna che si immerse nel cuore del mondo
Sabina Berman

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